Apate dà ai truffatori le vittime sbagliate: sono agenti AI
La startup australiana manda identità artificiali nelle conversazioni fraudolente per raccogliere conti, numeri e altri indizi utili a contrastarle.
Che succede
Il truffatore pensa di avere trovato qualcuno disposto ad ascoltarlo. Dall’altra parte c’è invece un agente AI di Apate, costruito per prolungare la conversazione e farsi dire qualcosa di utile: un conto su cui versare soldi, un portafoglio crypto, un numero di telefono o il sito usato per ingannare le vittime.
Nata nel 2024 dalla ricerca della Macquarie University di Sydney, la startup australiana lavora con banche, operatori telefonici e altre organizzazioni. Le sue identità artificiali rispondono a chiamate e messaggi, ma possono anche entrare in gruppi e conversazioni online.
Far perdere tempo ai truffatori è una parte del lavoro. Apate vende soprattutto le informazioni raccolte, che i clienti possono usare nelle proprie difese antifrode. Le cifre sull’efficacia riportate nel profilo di TechCrunch sono dichiarazioni dell’azienda, non una misura indipendente delle truffe evitate.
Perché conta
Un conto corrente chiesto alla fine della truffa può essere un indizio prezioso anche prima che qualcuno ci versi davvero dei soldi.
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