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L’AI ricostruisce gli atelier perduti delle scultrici di Parigi

Un documentario di Prune Nourry e Google Arts & Culture ricostruisce con l’AI alcuni atelier di scultrici tra Ottocento e Novecento, usando lettere e fotografie. Accompagna la mostra Visionaries al Petit Palais.

Che succede

Per alcune scultrici vissute a Parigi tra Ottocento e Novecento restano lettere, diari e ritratti, ma poche fotografie degli spazi in cui lavoravano. Prune Nourry e Google Arts & Culture hanno usato quegli indizi per ricostruire gli atelier con l’AI e mostrarli attraverso i movimenti di una macchina da presa virtuale.

Il film di dieci minuti, diretto da Vincent Lorca, accompagna Visionaries, la mostra aperta il 20 ottobre al Petit Palais. Nourry vi dedica ritratti monumentali a 18 artiste; il documentario estende il lavoro di un anno di ricerca con tre storiche dell’arte. Tra gli atelier ricostruiti ci sono quelli di Nancy Elizabeth Prophet, Jane Poupelet e Camille Claudel.

Il gruppo ha usato modelli generativi e strumenti di modifica delle immagini; uno strumento costruito con Gemini trasforma fotografie d’archivio in modelli 3D per animare i movimenti di camera. Sono ambienti ricostruiti a partire dai documenti, non riprese storiche ritrovate.

In un’altra sequenza, le allieve scompaiono gradualmente da una fotografia dell’atelier di Antoine Bourdelle, lasciando soltanto gli uomini. Qui la manipolazione è dichiaratamente il racconto: rende visibile l’assenza che ha spinto Nourry a cercare quelle vite. Il film è nelle sale del museo; Google Arts & Culture propone online un trailer sul lavoro dietro le quinte.

Perché conta

Delle scultrici restano volti e parole; vederne gli atelier ricostruiti aggiunge una dimensione diversa, lo spazio in cui immaginarle al lavoro. Nel film di Nourry si può entrare con lo sguardo in stanze che le fotografie superstiti non permettono più di visitare.

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