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Flow Music fa uscire i plugin creati con l’AI dal browser

Gli strumenti personalizzati degli Spaces si possono esportare in VST3 e AU e usare nella propria DAW.

Che succede

Uno strumento musicale inventato con un prompt serve molto di più se puoi usarlo nella sessione in cui stai producendo. Google Flow Music consente ora di esportare gli Spaces personalizzati come plugin VST3 e AU, da eseguire nelle Digital Audio Workstation.

Gli Spaces permettevano già di creare strumenti ed effetti descrivendoli in linguaggio naturale. La novità del 6 ottobre è portarli nel normale ambiente di produzione, invece di lasciarli come esperimenti separati dal progetto audio.

Google mostra l’esempio del produttore Khris Riddick-Tynes, che ha realizzato un plugin chiamato No Chaser per il trattamento di parti strumentali e vocali. È un esempio di strumento costruito intorno al proprio modo di lavorare, non soltanto di musica generata automaticamente.

VST3 e AU sono i formati che collegano quella creazione ai software di produzione compatibili. Il passaggio interessante è poter mantenere il lavoro dentro la DAW abituale e richiamare un effetto su misura quando serve, senza ricostruire il flusso intorno a una demo.

Perché conta

L’esportazione è la notizia: un effetto personalizzato entra nel lavoro vero quando segue il musicista nella sua DAW. Generare lo strumento è soltanto la prima metà.

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blog.google

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