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Per lanciare più razzi, Blue Origin e SpaceX devono allargarsi a terra

Blue Origin amplia la produzione in Florida; SpaceX propone fino a 456 lanci annui da Starbase. Dietro le cadenze progettate ci sono infrastrutture e autorizzazioni ancora da completare.

Che succede

Il razzo atterra, viene recuperato e si prepara a ripartire. Il riuso sembra un ciclo compatto, finché non si prova a ripeterlo decine o centinaia di volte l’anno. A quel punto servono piattaforme in mare, fabbriche e rampe capaci di tenere il passo. I nuovi piani di Blue Origin e SpaceX raccontano questa parte meno visibile dei lanci.

Il 16 ottobre Blue Origin ha descritto un’espansione da 330 milioni di dollari in Florida, già in corso e prevista per l’estate del 2027. L’azienda dichiara una capacità finale fino a 150 stadi superiori l’anno e prevede altre due piattaforme di recupero. Per New Glenn, il suo razzo orbitale, aumentare il numero di voli significa quindi allargare insieme produzione e operazioni in mare.

In Texas, intanto, la FAA ha avviato il percorso di valutazione ambientale per la proposta SpaceX di aumentare le operazioni di Starship e del suo booster Super Heavy a Starbase. La richiesta prevede due fasi: fino a 100 lanci annui nella prima e 456 nella seconda. La consultazione pubblica è aperta fino al 30 novembre; quei numeri non sono ancora un’autorizzazione a volare.

Sono numeri che descrivono progetti diversi: una capacità industriale in Florida e una richiesta sottoposta a valutazione in Texas. Il loro punto d’incontro è il lavoro fra un volo e l’altro. Recuperare un razzo è solo una parte del ciclo; per sostenere quelle cadenze deve essere pronta anche la missione successiva.

Perché conta

Centinaia di lanci all’anno richiedono una filiera capace di lavorare quasi senza pause, anche quando il razzo è riutilizzabile.

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