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I droni possono spremere le nuvole. Non possono inventarle

Il cloud seeding prova a favorire pioggia o neve nelle nuvole esistenti: il caso Rainmaker raccontato dalla BBC ne mostra possibilità e limiti.

Che succede

Un drone che fa piovere sembra una risposta semplice alla siccità. Il cloud seeding ha un limite molto meno cinematografico: senza le nuvole giuste non può fare nulla. La BBC racconta come startup quali Rainmaker stiano usando droni per portare composti come lo ioduro d’argento dentro le nuvole e favorire la formazione di cristalli di ghiaccio.

È una tecnica studiata da circa ottant’anni. In condizioni adatte, soprattutto in zone fredde o montuose, può favorire precipitazioni che una nuvola contiene già il potenziale di produrre. Il climatologo Jon Meyer, citato dalla BBC, parla di un incremento nell’ordine del 5–10% nelle condizioni giuste.

Rainmaker sostiene di avere prodotto 19 milioni di galloni d’acqua durante un esperimento del 23 agosto in Alaska. Su un’area di cento miglia quadrate, osserva la BBC, quella quantità equivale a circa un centesimo di pollice di pioggia. È una rivendicazione dell’azienda, non una misura che risolve da sola il problema dell’acqua.

Il caso ha sollevato anche domande sulla comunicazione ai residenti e sul monitoraggio ambientale. I droni possono rendere gli interventi più mirati; efficacia locale, controlli e disponibilità delle nuvole restano ciò che separa un servizio utile da una promessa sproporzionata.

Perché conta

Il cloud seeding può aggiungere un po’ di pioggia dove le condizioni lo consentono. Venderlo come un rubinetto nel cielo nasconde proprio il vincolo più importante.

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BBC

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